L'idealismo etico di Fichte
Fichte sostiene che l'Io è un processo creativo e infinito che si articola in tre momenti:
- tesi: l'io pone se stesso. L'Io si rivela come attività autocreatrice che ha immediata e intuitiva consapevolezza di sè (è autocoscienza ). Nella filosofia aristotelica il principio su cui si fondava la scienza era quello di non contraddizione: «A ≠ non A» (A è diverso da non A). La filosofia moderna e la stessa filosofia kantiana pongono invece l'accento sul principio di identità: «A = A» (A è uguale ad A). Fichte afferma che entrambi i principi sono però da giustificare, in quanto derivano a loro volta da uno più generale: l'Io. Se non ci fosse l'Io infatti, non sarebbe possibile affermare i primi due principi. È l'io che pone il legame logico A = A, e che quindi pone lo stesso A, mentre l'Io non è posto da nessun altro se non da sé medesimo. Poiché è condizionato solo da sé, l'Io si auto pone affermando «Io = Io». La concezione comune ci farebbe pensare che prima vengono gli oggetti e successivamente le funzioni compiute dagli stessi, ma Fichte è categorico nel rovesciare questa credenza. Ciò che viene comunemente chiamato "cosa", oggetto, non è altro che il risultato di un'attività. Nella metafisica classica si diceva: operario seguito esse («l'azione consegue all'essere»), Fichte ora afferma: esse seguitar operari («l'essere consegue all'azione»). L'essenza dell'io consiste proprio in un'attività, di natura autocosciente, che viene all'essere in quanto si auto pone: il suo pensare è quindi porre, nel senso di creare, secondo la concezione titanica romantica. L'Io fichtiano è, come Autocoscienza, quindi quell'intuizione intellettuale, che Kant riteneva impossibile all'uomo poiché coincidente con l'intuizione di una mente creatrice. L’Io non coincide con il singolo io empirico, ma è l'Io assoluto, da cui tutto deriva. Questa tesi si articolerà in altri due principi che mostrano la molteplicità degli io individuali ("io divisibili") e l'inesistenza di un mondo esterno. lì io individuali ("io divisibili") e l'inesistenza di un mondo esterno.
- antitesi: l'io pone il non-io. L'io puro deve necessariamente opporsi al non-io, ossia all'oggetto, in quanto essendo suprema attività, ha bisogno di qualcosa di altro da sé per realizzarsi. Poiché non esiste pensiero senza contenuto, una coscienza pensante
si costituisce come tale solo in rapporto ad oggetti "pensati".
Fichte giunge così ad una seconda formulazione, antitesi della prima: «L'Io
pone nell'Io il non-Io», in base al principio spinoziano omnis determinatio est
negatio («ogni affermazione comporta la sua negazione»). Il non-Io rappresenta
tutto ciò che è opposto all'Io ed è diverso da questo. La necessità del non-io
è data dal fatto che occorre qualcosa di esterno perché si attivi la
conoscenza.
Una tale realtà esterna, però, non può essere neppure qualcosa di
assolutamente indipendente dal soggetto, perché altrimenti si ricadrebbe nel
dogmatismo kantiano della cosa in sé, di cui le varie polemiche che ne sono
seguite hanno mostrato l'incoerenza: non si può infatti pensare ad un oggetto
se non per un soggetto. Ecco dunque che il secondo principio serve a ricondurre
il non-io al suo autore, a rimuovere la sua estraneità di dato, e a dare un
senso alla conoscenza umana, la quale senza un riferimento logico all'oggetto
diverrebbe vacua e inconsistente.
L'attività di «colui che pone» implica d'altronde che qualcosa sia «posto», e quindi lo scaturirsi di un non-io, così come L'Uno plotiniano generava altro da sé per autoctisi.[9] Il non-io è ora all'interno dell'Io assoluto originario, poiché all'infuori dell'Io non può esistere nulla. Ma il non-io, a sua volta, limita l'io posto nel primo principio, il quale non possedendo ancora tutto il contenuto della realtà oggettuale genera l'esigenza di una conciliazione.
- sintesi: l'io oppone, nell'io, all'io divisibile, un non-io divisibile. Avendo posto non.io come antitesi indispendsabile alla sua attività, L'IO si particolarizza in tanti io empirici e finiti (i singoli individui) contrapposti alle singole cose. È questa la condizione che percepiamo ogni giono nella vita concreta. Poiché non esiste pensiero senza contenuto, una coscienza pensante
si costituisce come tale solo in rapporto ad oggetti "pensati".
Fichte giunge così ad una seconda formulazione, antitesi della prima: «L'Io
pone nell'Io il non-Io», in base al principio spinoziano omnis determinatio est
negatio («ogni affermazione comporta la sua negazione»). Il non-Io rappresenta
tutto ciò che è opposto all'Io ed è diverso da questo. La necessità del non-io
è data dal fatto che occorre qualcosa di esterno perché si attivi la
conoscenza.
Una tale realtà esterna, però, non può essere neppure qualcosa di
assolutamente indipendente dal soggetto, perché altrimenti si ricadrebbe nel
dogmatismo kantiano della cosa in sé, di cui le varie polemiche che ne sono
seguite hanno mostrato l'incoerenza: non si può infatti pensare ad un oggetto
se non per un soggetto. Ecco dunque che il secondo principio serve a ricondurre
il non-io al suo autore, a rimuovere la sua estraneità di dato, e a dare un
senso alla conoscenza umana, la quale senza un riferimento logico all'oggetto
diverrebbe vacua e inconsistente.
L'attività di «colui che pone» implica d'altronde che qualcosa sia «posto», e quindi lo scaturirsi di un non-io, così come L'Uno plotiniano generava altro da sé per autoctisi.Il non-io è ora all'interno dell'Io assoluto originario, poiché all'infuori dell'Io non può esistere nulla. Ma il non-io, a sua volta, limita l'io posto nel primo principio, il quale non possedendo ancora tutto il contenuto della realtà oggettuale genera l'esigenza di una conciliazione.
Per Fichte la natura e il mondo non possono esistere in modo indipendente dall'io , il quale pone il non-io e si determina come io empirico grazie all'immaginazione produttiva. il compito che il filosofo affuda all'uomo è quello di affermare la propria libertà. Infatti, il mondo esiste in funzione dell'attività dell'uomo e del suo autoperfezionamento.
Fichte ritiene che l'uomo abbia un fine ben preciso nella società. L'uomo ha come obbiettivo quello di realizzare la completa unità di tutti i membri della società grazie alle due leggi morali:
- La prima afferma di trattare gli altri come fini e mai come mezzi
- La seconda suggerisce di puntare alla perfezionamento degli uomini tramite l'educazione per questo la missione del dotto consiste nel promuovere il progresso culturale e morale di tutte le classi sociali
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